PI 'SSINTITU  DIRI

 IL ROSARIO
...ricordo  donna Nidduzza detta a muricana abitava appena sotto mia nonna, in quella casa o in quella a fianco abitavano tutte donne molto vecchie, 80-90 anni per quei tempi erano tantissimi queste .Queste usavano dire il rosario in una stanza buia, e spegnevano la luce per risparmiare,la casa già di suo era buia e tetra,loro tutte rigorosamente di nero coi loro scialli neri per il freddo,io restavo tutto il tempo vicino a mia nonna terrorizzato senza muovermi. Provo a ricordarmi qualche nome; a Pica a Barberi,a Masciaquina,a Muncada (mi nonna).Altro che medioevo Enzo Costantino
 
Se mia mamma non fosse nata .......
Io ricordo invece il figlio della signora Niddruzza in un episodio a dir poco curioso. Nello svolgimento del tema : "Descrivete la vostra mamma, "scrisse : Se mia mamma non fosse nata io a quest'ora sarei orfano . Il maestro Morabito, Dio l'abbia in Gloria, leggendo il compito, scoppió in una risata che coinvolse tutta la classe. Beata ingenuitá infantile!  Nello Benintende
 
na vota avia i rintitti e nun c' erunu i miscuotti....
Come di consueto,la nostalgia del mio paese torna puntuale , ed io la condivido sempre volentieri con i miei cari conterranei , raccontando un episodio del. passato, direi remoto. Sarà stato 1955 più o meno, quindi io avevo circa 5 anni, eppure, magari vagamente ho ancora oggi davanti un quadretto molto chiaro, sia per la comicità , che per la triste verità, che ne scaturiva. Io ero tanto per cambiare, a casa di zia Marietta( dei miei nonni materni, )dove i miei genitori mi lasciavano la mattina, dovendo essi recarsi entrambi al rispettivo lavoro. La casa , come alcuni sapranno , aveva due entrate, una da Urito , e l' altra, più pratica ed usuale, in un vicoletto cieco cui si accedeva attraverso via Calafato. In tarda mattinata zia Marietta ( che viveva da sola in quanto nubile , ma ben voluta da tutti i vicini di casa , che spesso la venivano a trovare affettuosamente) ricevette la visita della dirimpettaia signora Nella Scifo, meglio conosciuta nel quartiere come " Nidduzza a bidella". La signora Nidduzza era in compagnia della madre, molto anziana , che.portava in viso i segni del tempo, inclemente con ogni essere umano ,quando s' inoltra oltre i limiti ordinari. La signora anziana si chiamava Angela , ma la chiamavano rispettosamente " A gna Iancila". La zia Marietta , sempre ospitale e gentile con tutti , le accolse cordialmente nella grande cucina ( un tempo le cucine , con le persone care, fungevano informalmente da salotto. )Io intanto ero nel mio mondo ,giocando con oggetti di trastullo che epoca arcaica offriva, ma prestando nel contempo il mio udito ai loro discorsi.
D' un tratto zia Marietta , come " il bon ton" imponeva , aprì la credenza , un armadione grezzo, con tanti ripiani, dove c' era un vero emporio, di tutto e di piu', tirando fuori una scatola di biscotti, e li offrì gentilmente alle due donne. Nidduzza ne prese alcuni, gradendoli con piacere. A gna Iangila invece rimase immobile e non prese alcun biscotto, pur guardando verso il vassoio con visibile a marezza. Zia Marietta a quel punto , invitò l' anziana signora a prendere qualche biscotto anch' essa. A gna Iancila ,con gli occhi teneri e languidi , disse testualmente alla zia: - Signurina Marietta,.....na vota avia i rintitti e nun c' erunu i miscuotti....ura cci sunu i miscuotti , ma i rintitti nun laiu cchiu.....Non ho mai dimenticato questo siparietto tenero..ma molto triste.......Fausto Nicolini
 

MIA NONNA
Mia nonna aveva perso un figlio, il più grande, sedici anni, perno della famiglia. Allora nel mio piccolo paese di montagna si credeva veramente che la notte di Ognissanti (altro che l'orribile halloween) passassero i defunti. Lei, Francesca, voleva rivedere suo figlio, per una sola volta, per un solo istante! Non avrebbe neanche voluto toccarlo, non avrebbe neanche voluto fermarlo. Solo vederlo... per un istante. Non si era mai rassegnata, non aveva finito ne' le lacrime negli occhi ne il sangue nel cuore. Voleva...voleva vederlo. Vederlo quella sera, quando, si diceva passano i morti e lui era morto! Era una serata gelata. Novembre irrompe sempre a Buccheri col freddo che asciuga il viso e lo rende freddo come un marmo. Lei uscì dalla stanza da letto, spinta da un'ansia galoppante e col cuore che pulsava in gola si diresse verso il piccolo balcone che dava sulla strada. Si mise ferma, attenta, spaziando con il suo sguardo ansioso dall'inizio alla fine della strada, dove il chiarore della luna muoveva cristalli di luce. Con lo scialle nero sulle spalle, incapace di riscaldare il corpo e ancor meno l'anima, aspettava, ascoltando i quarto d'ora dell'orologio da Batia. Il grigio freddo della notte proiettava ombre immobili di scalini, volte di case e di vasi addormentati. Non passava nessuno a quell'ora. Alle undici di sera, solo qualche gatto silenzioso e lei, Francesca Daquino, maritata Trigili aspettava Pippinu. Aspettava. Aspettava.... Poi non ha aspettato più. Ha preferito andarlo a trovare, di persona. Non poteva aspettare un'altro Ognissanti, non ce la faceva. E loro? i due carusitti rimasti senza mamma? Quelli che si aggrappavano alla sua veste? Quelli che per tutta la vita hanno sofferto la sua mancanza? E io, che ho sempre invidiato chi aveva le nonne? Io, neanche una! Ma è giusto inseguire un dolore e lasciarne dietro tanto altro?
Se non è giusto è irrazionalmente umano. (Giuseppe Gaetano Trigili)

 

GLI ANNI 50 Un giorno degli anni 50 alla badia 
In quasi tutte le stagioni si arrivava  infreddoliti, né rientrati a scuola le cose cambiassero tanto. Appena arrivati ci si metteva in fila e si arrivava in classe marciando e segnando il passo . I maschietti erano separati dalle bambine. Arrivati in classe si salutava il signor maestro. Buongiorno signor maestro. Si rimaneva alzati e si recitavano le preghiere. La mia classe recitava; padre nostro, ave Maria, gloria al padre, angelo di Dio ,e l'eterno riposo. Tutti i giorni all'entrata e all'uscita dalla scuola. Se si faceva i monelli volavano le scoppole,la bacchetta di nuciddi, era sempre pronta. Avevamo solo due libri: lettura e sussidiario,e ne sapevamo un fascio più di adesso. Nei banchi avevamo ancora i calamai con l'inchiostro che donna Vituzza o donna Giuseppina ci caricavano. Avevamo sempre le mani sporche d'inchiostro,e i pennini erano sempre sgangherati. Avevamo le cartelle di cartone e subito dopo si bucavano e perdevamo la penna e la matita .Avevamo il quaderno della bella e della brutta righe e quadretti,una gomma e una carta assorbente. La colazione l'avevamo già fatta a casa: pane e latte. Nella ricreazione non si mangiava. Si giocava e basta. Eravamo dei bambini poveri ma felici,a Buccheri non c'erano differenze sociali. Eravamo tutti buccheresi, e questo ci bastava. (Enzo Costantino)

Tutto vero...ne sono testimone diretta! Quando si andava a scuola con tanto senso di responsabilità e impegno nello studio. E quanti ricordi legati a queste due carissime bidelle , una più severa , l'altra molto dolce! Io vigilavo sull'inchiostro versato nel calamaio tondo inciso sul banco e, se mi sembrava poco, ne chiedevo ancora. Spesso ,quando tornavo da Scuola da sola, imitando gli altri o le altre compagnette, lasciavo ruzzolare la cartella lungo la scalinata di Sant'Antonio, decretandone presto la fine imminente  (Rosamaria Alderuccio)

E io aggiungo, nonostante la penuria di libri con la quinta elementare ci si poteva paragonare con le scuole superiori di adesso, si studiava di tutto, storia geografia aritmetica e quant'altro, mi ricordo i fratelli Pisano molto preparati e severi, anni 1953-1959, si imparava solo ascoltanto le lezioni e poi compiti a casa, ne ho la nostalgia. (Antonio Disilvestro)

 

 

RIFLESSIONI SUI TEMPI PASSATI
Quando Buccheri, era pieno di gente,e noi eravamo bambini, non avevamo necessità di andare in vacanza,................clicca............................

 
U cugghiangulu
Sono delle olive piccolissime che non corrispondono a una varietà ma sono la sintesi di un difetto di impollinazione.
Sono meglio definite psudodrupe, piccole olive tondeggianti, raggruppate in grappoli che, seppur provviste di nocciolo non sono munite di seme, riconducibile a una difficoltà della fecondazione da parte del polline. Tale difficoltà può essere causata da diversi fattori, tra questi vi è la carenza di boro.

Restauro della statua della Provvidenza - Chiesa di S. Antonio abate - Buccheri
Il 5 Luglio di quest'anno (2013) ho pubblicato una foto ed ho scritto un episodio che mi capitò nel 1966 in merito alla Madonna della Provvidenza di Buccheri, che ridipinsi. Siccome il vero lavoro d'artista fu compiuto dallo scultore prof. Nello Benintende, nostro compaesano e mio caro amico, l'ho pregato di scrivere ciò che ricordava del restauro da lui effettuato in quello stesso anno alla statura della Madonna della Provvidenza. Ringraziandolo vivamente,mi ha dato questa sua memoria, che riporto sotto:
(Tanino Cannata)
"MEMORIA
Restauro della statua della Provvidenza - Chiesa di S. Antonio abate - Buccheri
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Il 23 Maggio del 1966, giorno seguente la festa della Madonna della Provvidenza (per tradizione si celebrava la domenica successiva la festività dell’Ascensione ), il simulacro rovinava a terra durante le operazioni di smontaggio dal fercolo per riporlo nell’apposita nicchia della cappella di S. Vito.
In quel tempo insegnavo ad Erice e mi raggiunse telefonicamente il compianto cav. Salvatore (don Turiddu ) Lia, colonna portante dell’amministrazione della chiesa, che, legittimamente preoccupato, mi informava dell’accaduto con una descrizione sommaria dei gravi danni e mi chiedeva della mia venuta a Buccheri per provvedere in qualche modo al possibile restauro, raccomandandomi nel contempo di non farne parola con alcuno.
Da antoniano ( cu i tranti ) non potevo che rassicurarlo sulla mia assoluta disponibilità, ma risposi che potevo essere a Buccheri non prima della fine del mese successivo, per gli impegni di fine anno scolastico; raccomandai ogni cura nel raccogliere e conservare il ben che minimo frammento, e di ricercare quante più foto possibili della statua, scattate da più punti di vista.
Ma perché mantenere il segreto? Per non essere tacciati, a sua volta, di irresponsabilità dai maddalenari.
In quegli anni non si erano ancora spente del tutto le antiche rivalità con la chiesa di S. M. Maddalena, e alcuni devoti antoniani avevano in qualche modo deriso i rivali per la disattenzione avuta nell’incendio della stupenda statua di S. Francesco di Paola, avvenuto l’anno precedente (il 31 luglio 1965) nella notte della vigilia della festa al santo dedicata. Preparando la “vara col Santo” per la processione del giorno veniente ci si dimenticò di una candela accesa sotto il fercolo per illuminare la zona delle operazioni di ancoraggio della statua.
Rientrato a Buccheri ed esaminando bene la statua della Provvidenza, mi resi conto che, malgrado tutto, i danni erano rimediabili. Il poverello, per fortuna, essendo stato già tolto poco prima del grave episodio, non necessitava di interventi.
Nella caduta la statua si era frantumata dalle spalle in su, ma per fortuna il volto, a parte alcune lesioni, era rimasto in buono stato.
Con l’aiuto del compianto Vito Ramondetta, approntammo tutto nella saletta attigua alla sacrestia e a mo’ di pouzzle, su un tavolo, ricomponemmo quanto era possibile, scartando i pezzi senza colore; tranne uno che recava una targhetta, se ben ricordo, di rame su cui si leggeva appena “… C--are – CHIA--- MONTE “ che poi reinserii all’interno della statua*.
Sistemata un’anima in legno che potesse sostenere la massa mancante da modellare e permettermi, come prima operazione, di posizionare perfettamente il volto, si continuò a preparare vari miscugli a base di gesso di Bologna e colla animale per trovare le dosi più idonee e quindi, con l’aiuto delle foto, cominciai a modellare la spalla e via via tutto il resto per finire coi capelli e il velo. Mi divertiva la cura di Vito nel chiudere sempre la porta a chiave., tanto che mi venne spontaneo, scherzando, chiedergli quanto tempo mancasse per “l’ora d’aria”. Ma l’ultimo impasto risultò più duro del previsto, tanto che per le finiture dovetti usare le raspe che solitamente si usano per il marmo.
Approfittando dei tempi d’attesa della presa, si restaurarono alcune parti scalfite del Redentore, le mani del S. Paolo ( detto di Viziu) e interventi di poco conto sul poverello** che riceve il pane.
Ma, ultimato il lavoro plastico, non ebbi il tempo per dare il colore, dovendo ritornare ad Erice per le operazioni d’esame di riparazione. Lavoro che eseguì con apprezzabili risultati, subito dopo, l’amico pittore Tanino Cannata, suppongo con l’impegno di mantenere il segreto; infatti, in paese, della vicenda si è venuti a conoscenza soltanto dopo parecchi decenni.
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*- Dal registro dei mandati : La statua fu commissionata a certo don Cesare da Chiaromonte Gulfi nel maggio del 1886. Pervenne a Buccheri il 4 gennaio del 1888.
**- E’ curiosa l’errata convinzione del popolo che il poverello raffiguri S. Bartolomeo, di cui non c’è alcun attributo. Probabilmente il modello o qualcuno somigliante alla statua si chiamava Bartolomeo. Ed essendo con la Madonna doveva essere un santo. Diventa così S. Bartolomeo. Ma è soltanto una mia ipotesi.
Qualcosa del genere era già successa in passato. Si affermava che l’artista autore degli gli Apostoli in stucco della navata centrale “ fu fattu santu “. L’artista è Giuseppe Gianforma, che probabilmente lavorò su disegni del maestro Bartolomeo Sanseverino. – “fu fattu santu”, sdoppiando il cognome in San-severino … naturalmente.

Nello Benintende
--Giugno 2013--".

UNA GIORNATA INVERNALE
Se mi riesce, vorrei raccontare una giornata di tanti anni fa quando facevo forse la terza elementare. Sembra un racconto di secoli fa, ma il mondo ha fatto negli ultimi 50/60 anni un tale cambiamento che quanto mi accingo a scrivere può sembrare poco veritiero. Parlerò di una giornata invernale. Buccheri , era un paese molto freddo, c'era tanta nebbia, e le case quasi tutte senza intonaco e costruite quasi esclusivamente con pietra lavica di colore molto scuro, quasi nero, le dava un aspetto tetro e triste. Dai tetti delle piccole casette basse il fumo che ne fuorusciva si confondeva con la nebbia. Mia madre aveva già messo i miei vestiti a scaldare nella conca, ed io dentro le coperte guardavo il fummulizzo che ne usciva per la tanta umidità, uscire dal letto diventava un atto eroico. Le coperte non mancavano, anzi bisogna dire che erano parecchie, ma senza sostanza, si trattava di cutri, cuttunini,carpiti, non mancava qualche coperta militare con lo stemma del regio esercito. La nostra colazione era esclusivamente : latte e pane, lo zucchero quando c'era. Bisogna però dire che quando uscivamo da casa, con il nostro grembiulino nero, il collettino bianco e il nastro azzurro , facevamo la nostra figura, sulla manica del grembiulino avevamo scritto con della striscette di stiffa bianca la classe che frequentavamo. In classe eravamo tutti uguali,non avevamo firme: non sapevamo nemmeno cosa fossero. Ma la dignità con cui le nostre mamme in modo pulito e ordinato ci mandavano a scuola con tanto orgoglio, ripensandoci oggi a distanza di tanti anni mi commuove. Voglio dedicare questo scritto a mia madre e a tutte le mamme di Buccheri.
(Enzo Costantino)

I SCARPI CHE CUPIRTUNI
Durante la guerra, con lo sbarco degli anglo americani, a Buccheri, ne in tutto il resto dell'isola non si stava bene, ci si arrangiava alla meglio Un buccherese padre di 6 figli maschi, riuscì ad ottenere uno pneumatico di una jep dagli inglesi, e pensò di costruire delle scarpe per i suoi ragazzi, tagliò il copertone a misura di ogni piede e li allacciò con degli spaghi. L'indomani dovevano andare a vendemmiare, la sera prima aveva piovuto e quindi nella trazzera di terra battuta, i ragazzi, con le loro scarpe di pneumatici, lasciavano delle tracce di jep. altri contadini che passavano dopo non potevano spiegarsi, come avessero potuto gli inglesi a passare con dei mezzi in un posto così impervio dicendo: ma a sti miricani cu là firmari. Cose vere quasi irreali!
(Enzo Costantino)

A LEUCATRICI
Un fatto realmente accaduto a Buccheri quando io ero piccolo. Mio cognato Ciccio Scollo era stato contattato da Don Vito Cacici (il sarto) che aveva aperto una fabbrica di mattoni proprio davanti a casa mia in Via Umberto. Fu in quella fabbrica che (se non ricordo male) mentre squagliavano la quacina lo zio di Vittorio Salamone ci perse un occhio e fu chiusa (penso per quel motivo). Comunque ai primissimi tempi funzionava e mio cognato fu contattato da Don Vito Cacici per un viaggio col camion a Vizzini. "Dobbiamo prendere la leucatrice*" gli disse Don Vito e mio cognato scendendo dai canali per andarlo a prendere all'uscita del paese si fermò all'altezza di dove è ora il Forno a Ligna e bussò dalla levatrice. La levatrice, pensando a qualche parto non se lo fece dire due volte e scese di corsa. Fu quando arrivarono davanti casa mia dove l'aspettata don Vito che questi gli chiese come mai avesse portato la levatrice. "Ma me lo disse vossia" gli rispose mio cognato. Finì a risata generale e dopo averla riaccompagnata a casa andarono a Vizzini. Dovevano prendere la LEVIGATRICE e la parola "*LEUCATRICE" assomigliava più a LEVATRICE che a LEVIGATRICE. (Vito Gambilonghi)

Cicciu Scollo me la raccontó diverse volte e devo fare delle precisazioni. Non si trattava di don vito Cacici (Montalto) bensí di don Turiddu Zappulla, mastro muratore, fratello del maresciallo soprannominato maresciallazzu, il quale abitava sopra la sartoria di Don Vito Cacici ( odiato dai ragazzi perché non sopportando il rumore de' roti dei carrettini, li minacciava). Don Turiddu Zappulla abitava di fronte alla casa di Antonino Tavano. (Nello Benintende )
 

A MISSA I L'UNNICI ((Fausto Nicolini)
Un altro quadro interessante che mi è rimasto impresso, tra le care reminiscenze buccheresi ,era sicuramente la celebrazione della santa messa domenicale. Essa veniva annunciata dallo scampanio assordante della chiesa madre ( a matrici per noi buccheresi doc), sita proprio a pochi metri da casa mia. Dalla grave tonalità del suono delle campane, più che un annuncio , sembrava un ammonimento biblico a partecipare al consueto rito domenicale. All'interno del tempio,osservavi le donne vestite a festa ( alcune si impupacchiavano in modo civettuolo, ove raccogliere consensi tra gli sguardi avidi maschili) poste ordinatamente sulla navata destra. Gli uomini invece stavano in quella sinistra. Molti baldi giovani preferivano disporsi in ultimo , assistendo in piedi alla cerimonia. Mio cugino Tanino Cannata, del quale io fui l'ombra perenne, era uno di questi. Elegante più che mai , con abito principe di galles e nastrino legato al collo della camicia. Mentre io cercavo di emularlo con il mio abitino domenicale "pied de pole", e papillon elasticizzato, che mi serrava la carotide. Il tutto era contornato da un' atmosfera solenne.

Complimenti Fausto . Così chiaro il quadro descritto che mi sono rivisto in una domenica mattina a Matrici aspettando che cominciasse la Santa Messa . Io mi ricordo che quando fu istituita la messa in italiano andavamo a messa a Santa Maria Maddalena con padre Vaccaro che ci sveva istruito in sacrestia come rispondere al rito.  Io ti ricordo sempre vestito bene anche durante la settimana.   (Francesco Mazza )

Ricordi la Signorina Amelia, con le dita intrecciate sul grandissimo seno, com'era compita dopo aver preso la comunione? Sembrava in celestiale estasi, non posso scordarla (Turi Terzo )

La zia Amelia, certo ( eravamo parenti alla lontana), era la presidentessa dell'azione cattolica"! Era lei che dava inizio all'inno sacro" Noi voglim Dio!" (Fausto Nicolini )

Noi eravamo sempre in piedi, ultimi vicini al portone ! Eravamo gli ultimi ad arrivare a messa già iniziata e..i primi a svignarcela all' "ite missa est". Il Chianu e Canali ci aspettava !!! (Vito Buccheri )

Infatti, se leggi bene quelle poche righe da me scritte, a seguire,noterari il mutamento dello stato d'animo dei fedeli, alla fine della funzione, in prospettiva di un incontro ravvicinato con i bar dei "canali". (Fausto Nicolini )

Fausto, non hai menzionato il ricordo olfattivo della lacca sui capelli cotonati delle donne !!! (Vito Buccheri )

Nonostante avessi un buon senso dell'olfatto, quel dettaglio non lo ricordo,. Probabilmente mi distoglievano gli acuti della voce della si.na Margherita Giaquinta, quando intonava gli inni sacri.( anche lei bravissima donna)....(Fausto Nicolini )

Io ricordo che i bambini erano seduti tutti nei primi banchi sotto gli occhi vigilanti della signorina Amelia e di Margherita Giaquinta, che io chiamavo zia. Le beniamine, le adelanti. Poi c'era l'organo sulla sinistra sempre suonato magnificamente dalla signorina (mi sembra si chiamasse) Maria. Era sempre vestita in nero. Se la ricorda nessuno? (Karen Maria Berna-Hicks)

Sì la ricordo anch' io , era piccola di statura il viso scarno ma gradevole. Si chiamava Maria forse Costantino? Non ci giurerei  (Fausto Nicolini )

 


U MIRICINALI PE SURCI
Un buccherese entrò nel negozio di ferramenta di Ciccio Buccheri e gli chiese: Cicciu chi iai miricinali 'pe surci?
Ciccio Buccheri prontamente rispose: Picchi? chi l'hai malati?
(narrata da Salvatore Amato)

U MONUCU A MARONNA
Ju m'arrivordu di nica, nica.... Quannu passava u Monicu a Maronna, che Bulli Santi, ma mamma mi dicia ca cu chissa... Ci scriviunu i missi pe morti e cia diciunu a Palestina.....(Maria Grazia Paparone )
u monicu ca passava era chiddu ca vinnia i " Bolli e Lochi Santi" , missi pe' morti e vinnìa macari rusarii (Turi Terzo)

IL CIRCOLO FILODRAMMATICO
 
mamma mia quanti ricordi! il circolo filodrammatico, mio padre ci giocava a carte tutti i pomeriggi, e io nel seminterrato ci ho frequentato il corso di danza classica per due anni col maestro sabino riva, cugino di gigi riva al quale somigliava spudoratamente! chi se lo ricorda? (maria grazia pisano)

meraviglioso il sorriso di nellina, era bellissima, solare e di classe!
(maria grazia pisano)

bellissima,nonostante la mia "giovane età" qualcuno l'ho riconosciuto!!! (giuseppe ziccone)

che bei tempi....(vito daquino)

una volta io e vito molinaro abbiamo cantato le nostre canzoni, la quale l'ultima che io avevo scritto e vito l' aveva messo in musica s'ititolava " tu mi neghi un bacio " e l'abbiamo dovuto ripetere tante volte pechè chiedevano sempre il bis. bei tempi .(francesco mazza )

quei carnevali trascorsi al circolo filodramatico erano solamente favolosi (giuseppe mazzone )

 e chi si dimentica di quelle serate aspettate e godute fino all'ultima nota.....una serata non la lasciavo e il divertimento era assicurato...(marilena calisti)

allora si ballava solo i nel periodo tra natale e carnevale, non si perdeva una serata, ma si rispettavano i tempi, l'apertura della discoteca ha segnato la fine di queste usanze (graziella bucchieri)

quella sala sembrava immensa per tutte le persone che conteneva, c era tanta gioia e spensieratezza. quanti bei ricordi (salvo interlandi )

tutto era bello, magnifico, entusiasmante, semplice, elegante, sincero. non ci sono parole.
(tanino cannata)

 la mia generazione...forse...ma penso di si..è stata l'ultima a vivere i momenti indimenticabili del ..circolo...e li, che mio padre, mi ha insegnato i primi passi del valzer....bei ricordi (franco pappalardo)

no franco anch'io ci andavo ed ho dei bei ricordi peccato...(gianni grazia rotella)
8 marzo 2014 alle ore 19.54 · mi piace

ogni volta che penso a quei momenti mi si stringe il cuore......che belli ricordi ...non verranno piu' quei momenti ...e neanche le persone che mancano all'appello......nella calisti

ma l'ultimo è leonardo cannata da piccolo?...?..? daniele lipari

chi mi aiuta a ricordare come si chiamava il presidente del circolo filodrammatico ? grazie. vito buccheri

 per tanto tempo è stato giovanni mazzone(bummi)..franco pappalardo

mi riferisco a quello che balla con la miss.giuseppina manfredi (vito buccheri)

i
n primo piano col garofano al`occhiello, mio padrino giuseppe di pasquale (pippno carena), rientrato in italia dopo tanti anni in argentina. sicuramente credo sia il presidente del circolo, di cui e stato uno dei fondatori insieme a salvatore lia, sebastiano amato, vincenzo amato, ciccio sola, maresciallo fontana, santino fontana, paolo trapani ed altri che in questo momento non ricordo. ma il beniamino di quella squadra, in ottobre l`o salutato in piazza roma; il signor vincenzo ricciardi. (giovanni amato )
9 marzo 2014 alle ore 11.33 · mi piace · 1

 grazie giovanni. don pippinu carena. (vito buccheri)

il presidente del circolo filodrammatico, il sig. giuseppe dipasquale, era un vulcano d'idee. riusciva ad organizzare tutto e bene; non si scoraggiava mai ed era quasi sempre col sorriso in bocca. tempi preziosi, quelli! (tanino cannata)

queste immagini mi riportano alla mia infanzia. le serate al circolo erano anche per noi bambini un vero divertimento. mentre i nostri genitori ballavano, noi giocavamo a nascondino in mezzo ai cappotti (giù nel guardaroba) o acchiappa acchiappa, rincorrendoci in mezzo alla gente immersa in una mega quadriglia ......
ha proprio ragione nellina calisti, stringe il cuore vedere queste foto......spaccati di vita passata che non tornano piu' e tante persone care che non sino più tra noi  (marilena gissara )

IL SORTEGGIO
Gaetano Amato (Tanu Cappiddaru) negli anni '60 vinse un quandro di S. Francesco di Paola e gridò forte (dentro la chiesa di S. Maria Maddalena) VIVA SANT'ANTONIO!!! Vero! Tutto documentato. Per poco non lo linciarono! (Vito Gambilonghi )

I picciriddi ca nasciunu a Santa Niria nasciunu ciocci!

(Val la pena ricordare qui quanto  ha "suggerito" un nostro Co-Autore (Franco Interlandi) a proposito di una leggenda che veniva riferita dai nostri antichi:)
I picciriddi ca nasciunu a Santa Niria nasciunu ciocci!
A proposito di questo detto io ci aggiungo una mia ipotesi,
Quando "fu deciso" di spostarsi verso l'alto, magari per ordine dell'Imperatore, la gente era molto restìa ad abbandonare Sant'Andrea, che era un paradiso terrestre per quasi tutto l'anno, per spostarsi in un luogo impervio e freddo dal quale era molto difficile ripararsi nei mesi invernali, quindi per "spingerli" a salire in alto i "notabili" misero in giro questa diceria come spauracchio per il volgo. (Vito Gambilonghi)

Su un blocco lapideo situato nella Chiesa d san Andrea ,qualcuno ha inciso in tempi antichissimi il nodo di Salomone ... Da una ricerca da me effettuata si evince che uno dei tanti significati o magici poteri che ha il suddetto simbolo e quello che allontana o cura la balbuzie ...sarà una diceria ma a quei tempi passava per verità. E comunque, io penso che la leggenda nasce dal fatto che essendo l area di ragameli un casale arabo, i nostri concittadini hanno pensato che quegli strani uomini col turbante che parlavano in modo strano fossero tutti chiocci. (Francesco Interlandi)

l'ipotesi della balbuzie dovuta al diverso accento degli arabi, è probabilissima. C'è un piccolo dettaglio, per secoli siamo stati "dominati" dagli arabi e c'è stata una mescolanza di razze che avrebbe dovuto quanto meno livellare gli accenti, quindi è anche probabile che questa diceria risalisse addirittura a qualche secolo prima.(Vito Gambilonghi)

Riguardo la diceria che a Sant'Andrea i figli nascevano balbuzienti, mia nonna Maddalena che ha vissuto 96 anni mi raccontava la stessa cosa che le aveva raccontato la sua nonna , ma lei non credeva a tutto cio che si diceva, perchè sua nonna e sua volta le disse che era tutta una menzogna messa in atto ,perchè si doveva sfruttare la terra che è circa 670 metri sul livello del mare e le olive acquistavano un sapore migliore .Cosa che a me mi convince di piu'. (Francesco Mazza )

Una volta mi definirono (o mi autodefinii, non ricordo), un animale iper-razionale e lo sai perché? Perché, per quanto astrusa e poco probabile fosse una ipotesi, se esisteva una possibilità anche remota che fosse valida io non la scartavo, anzi... L'esperienza negli anni mi ha insegnato che a volte sono proprio le ipotesi più astruse (non diciamo assurde) quelle che poi si scopre essere quelle vere. Questa tua in principio m'era sembrata un po' anacronistica, ma poi a pensarci bene, e soprattutto tenendo conto che fino a qualche secolo fa le donne lavoravano nei campi e non esistevano periodi di "maternità" prima e dopo il parto, mi son ricordato che effettivamente (e non erano proprio rarissimi i casi) qualcuna partoriva mentre "raccoglieva le olive" o mentre era intenta a raccogliere altri frutti in altri periodi dell'anno. Unica precauzione che prendevano a quei tempi era quella di non andare mai da sole specialmente in gravidanza avanzata, ma farsi accompagnare da sorelle, madri, amiche ecc. Cosa dire dunque di questa cosa che ti raccontava tua nonna? È PROBABILE!!! E aggiungo: POSSIBILISSIMA!!! (Vito Gambilonghi)


 mio nonno ;
un vecchio nonno così com erano una volta i nonni buccheresi.Venivamo da raccauta dove mio nonno ,aveva il suo uliveto, mio nonno si chiamava Francesco , Don Cicciu bracazza meglio conosciuto come ( u gnuri) che per chi non lo sa vuol dire cocchiere , che era la professione di mio nonno. Ebbene, mio nonno, ormai molto vecchio: si ferma, scende dal mulo sul quale eravamo a cavallo , tira fuori il suo coltello da innestare, e comincia ad innestare un pero selvatico che si trovava ai bordi della trazzera, aveva portato con se , da un nostro pero un buon innesto. Quando io gli feci notare che l'albero non rientrava nella nostra proprietà, Lui rispose: tantu crisci o stissu almenu cu passa si fa a vucca duci. Questi erano i buccheresi di una volta,e per fortuna ancora i più sono così. Un grazie achi ci ha preceduti e insegnato un modo di vivere sano e pieno di valori. (Enzo Costantino)

La famiglia Pisana
Una famiglia che mi ricordo e che ammiravo nella mia infanzia buccherese. La famiglia Pisana. Il padre era sordonuto, la madre ai miei occhi mi sembrava sempre triste, i figli erano Nello e Alfio che si facevano gli scherzi, Margherita e Lina...Solo uno ho visto qualche anno fa, Nello.   (Giuseppe Gaetano Trigili)

A LUNA I CATANIA
Un detto che deriva da un aneddoto che si raccontava una volta. Un contadino aveva un figlio che riteneva intelligente e lo voleva fare studiare a Catania. Partirono da Buccheri di notte, con un cielo stellato e la luna piena. Dopo qualche decina di chilometri il cielo si copri di nuvole e cosi per diverse ore. Prima dell'alba arrivarono a Catania e di nuovo il cielo limpido ed una Luna visibilissima ai primi chiarori dell'alba. Il ragazzo alzando il viso verso il cielo, restò perplesso. "I pà, ma chistà ch è a luna 'i Catania?" A quella domanda il padre non rispose completamente e girò il carretto verso buccheri. "I pà" nella buccheri antica significava "oh papà" (Giuseppe Gaetano Trigili)

SANTA PITRULIDDA
Quando mia nonna mi raccontava favole e mi doveva specificare di una persona che scappava spaventata, diceva:"E dduòcu, cùrsi, a Santa Pitrulidda!" (volendo dire che scappava velocissima). (
Tanino Cannata)
I BUMMULI
 Nell'immediato dopoguerra, cani, galline e qualche maialino erravano per le vie del paese. Una donna tornava dai quattro canali dopo avere riempito i suoi due "bùmmuli". All'incrocio di Piazza Roma, con via Umberto (NDR), la donna vide due cani che cercavano di...fare l'amore. Dopo alcuni tentativi, finalmente il cane vi riuscì. La donna, che aveva osservato attentamente la scena, nel momento culminante, esclamò:"Chi fu beddu!" e unì con forza i due bùmmuli pieni d'acqua...rompendoli.
(
Tanino Cannata)
IL RULLO ASFALTATORE
Negli anni '30 dovevano costruire una via all'interno del paese. Il pubblico banditore annunziava: "Arritirati jaddìni e porci, ca dumani passa u machinuni!!!"
 

U CIARAULU
Si diceva che chi fosse nato il 29 giugno (festa di san pietro e paolo) fosse "ciaraulu" (non ricordo più cosa significasse esattamente) e c'era anche un detto: "paulu ciaraulu la fuogghia d'addauru, na spina pungenti..xxxxxx. i ggenti! chi se lo ricorda?
na spina pungenti, nun tuccati ne a mia ne a genti. --- soleva recitarsi alla vista di "nu scursuni "

S. Paulu ciaravulu, na scocca d'addauru, na spina pungenti, non pungiti ne a mia ne a mala genti. Una preghiera rivolta a S. Paolo, io la ripeto sempre il 29 di giugno ed ogni volta che vedo un essere strisciante, tipo biscia nera, o scorpioni, S. Paolo era "ciaraulu" immune ai serpenti (Maria Grazia Paparone )

 mia madre mi raccontava che chi nasceva la notte di SS Pietro e Paolo acquistava fin da bambino la facoltà di non essere toccato dai serpenti e addirittura li teneva lontani. Giuseppe Gaetano Trigili

 C'e ne era uno che era il propietario del terreno dà Utara o`Cavazzu, adesso di propietà del sign. Vito Margherita, abitante in via Trieste Gaetano Fontana

Francesco Mazza Gaetano forse volevi dire autara o ciaraulu? I propietari da utara o cavazzu sunu la famiglia Vinci. Detti di ngiuria i pivirara


Gaetano Fontana Hai ragione, ma a me costache, il terreno ora oliveto e negli anni 40 vigna, era do Ciaravulu e poi da Vito Margherita piantato ad oliveto. (Gaetano Fontana

Si Gaetano il terreno era do ciaraulu. Che si chiamava don Paulinu chedopo lo comprò Margherita il falegname
Francesco Mazza

Mi ricordo che Mio Padre Lo chiamavano Tannu U Ciaraulu, perche lui era offreno e questo uomo stacia a Baddia era Ciaraulu. Vito Vacirca

LA CARTA VILINIA
Ti ricordi quanti metri di striscette di carta colorata che ti facevano arrotolare le monache , in preparazione delle feste !!! Ancora sento l'odore della minestra con i fagioli che preparavano !!(Angelina Airo-Farulla)

anch'io arrotolavo striscette!!! Le monache si facevano accompagnare spesso da noi bambini. io detestavo uscire con le monache perchè nel mio immaginario collegavo l'uscire con le monache all'essere orfano e io non volevo essere orfano, infatti quando me lo chiedevano tornavo subito a casa a trovare la mia mamma!!:-)Giuseppe Gaetano Trigili


 ià ghià mmisu u ritticulatu,
ma chiddri sautanu ca pari ca ianu a lettricu

Buon'anima di Vitu coddu loncu, al maresciallo Pinacchi, continentale, che sentite le sue lamentele ( nei confronti dei GG "muntagnisi " le cui vacche invadevano il suo campo ) gli consigliò di recintarlo, rispose " ià ghià mmisu u ritticulatu, ma chiddri sautanu ca pari ca ianu a lettricu ".(Nello Benintende )

MARIA LITRIA CACO'

La storia di "Maria Litria cacò" Così come mio nonno Uciddazza la raccontava a me da quando avevo 5 anni.
Era la festa della Santa e , sopra la vara, c'era il parrino che raccoglieva i soldi delle offerte dei fedeli. A un certo punto al,parrino venne di cacare e per non abbandonare i soldi nelle mani degli altri, si abbassò dietro la santa e fece i suoi bisogni. Poi per giustificare il misfatto, gridò a tutto il popolo:"Maria Litria cacò....Miracolo miracolo"" e così tutti i fedeli facevano a legnate e offrivano tanti soldi per assaggiare la cacca benedetta della Santa. Questo è quanto, chi vuole trovare una morale, la trovi. ( Angelo Ciurcina )
 Macari ma mamma ma cuntava a storia 'i "Santa Litria Cacò'" c'avia successo a Vizzini o parrinu ca cugghia i sordi da santa supra a vara, mi facia muoriri de risati quannu a cuntava.  (Turi Terzo)

ARRUBBARI BUTTUNI

t'arricordi quannu ni annavumu a rubari i buttuni de vistiti ca a genti stinnieva fora pi asciugari e appuoi ni iucavumu e quannu pirdivumu n'arrubbavumu chiddri da casa nosra ammucciuni de mammi (Tavano Vito)

Mia sorella ne ha prese tante di botte....quanti erano i bottoni che tagliava dai vestiti.....e il peggio è che spizzicava anche i vestiti. Io ero più piccolo e non facevo queste cose....però infilavo le dita sporche nei piatti di stratto stesi ad asciugare nella piazza della matrice. Ma quali batteri, microbi e infezioni!!!! mai avuto una febbre da piccolo. (Giuseppe Gaetano Trigili )

Si ni iucaumu puri i buttuni da sticchiera e appuoi caminaumu ca pistulitta i nchianu (Francesco Mazza)


LA RAPINA

A cammira de sucialisti, unni si iucava e carti, e  na vota arrubbanu a tutti, vinnunu che scupetti e i spugghianu a tutti, a ma frari 'Ntoni ci arrubbanu a cullana, i sordi s'avia ammucciatu 'nta cuasetta e nun ci pigghianu,  ma u cacazzu ci arristà

AMORE PLATONICO

Tu ppî ssi e ppî nno na lavata o culu rattîlla.
E' questa una frase pronunciata dalla "cunigghia" (la sarta di Piazza Toselli) a una delle sue lavoranti apprendiste.
Nell'immediato dopoguerra un soldato, fidanzato di nascosto con una di queste, (a Buccheri c'era un accampamento dell'esercito fino agli anni '50), le chiese di poterla vedere la sera della festa e di passeggiare con lei, fino a "Pressü Marenü". Alla titubanza della ragazza lui le disse: "-Non preoccuparti, faremo solo l'amore platonico".

La ragazza l'indomani raccontò la cosa alla mastra "cunigghia" e le chiese di spiegarle cosa fosse l'amore platonico. La cunigghia, dopo aver riflettuto a lungo le disse: "Figghia mia, io sacciu tante cose di commmü si fa l'amürî, ma questo  amore platonico propriü nünn'ü sacciu com'è; ma sai chî tî ricu? Tu ppî ssi e ppî nno na lavata o culu rattîlla."
La frase rimase ad indicare che è sempre meglio essere preparati "al peggio".

NINETTA

Se nunn'amprena arrîfrîšca

Da un fatto realmente accaduto al sottoscritto.  Anni 50: mio padre aveva preso accordi
co' Ciuri
per portargli la  nostra capretta a far montare dal suo "becco". La capretta, di nome Ninetta, che mi seguiva come un cagnolino, la  portai io una sera nella sua "stalla" sulla sinistra alla fine di via Castello, all'età di nove anni, ed esattamente nell'estate del 1956 (verso metà agosto).
Ninetta era nata il 15 gennaio di quell'anno ed era la prima volta che la si faceva montare. Se non ché al momento di lasciargli la capretta arriva un altro contadino con aria prepotente e con un'altra
capra adulta il quale si china nel deretano della mia capretta e le apre con le dita il fiorellino dicendogli:
-Chista ciauriedda non è ancora pronta, chista nunn'amprena. Facci muntari 'a mia ca è già pronta.

La risposta do Ciuri, uomo d'onore che aveva già dato la parola a mio padre, fu netta e inconfondibile:

-A se nunn'amprena... arrîfrîšca.


E lo mandò via prendendo in consegna la mia capretta che fu ben  contenta di trascorrere la sua prima notte d'amore con quel mitico "becco" che tutti chiamavano con un sorriso malizioso e a
doppiosenso: "U beccu 'i Sciuri". (Vito Gambilonghi)

Luavî, Luavî
ca m'a ffigghiu pî mia
ha prîaü

Ultima frase pronunciata dalla mamma di San Pietro prima di precipitare definitivamente all'inferno.
Si racconta che la madre di San Pietro, essendo una donna malvagia, alla fine della sua vita sia finita all'inferno.
Dopo diverse preghiere e intercessioni di San Pietro, finalmente il Signore gli dà una possibilità di salvarla e gli dice: "Vedi i resti di questa cima di porro? Ebbene una volta mentre lo mondava, passò un porco e lei glielo diede da mangiare... questa è l'unica e sola buona azione della sua vita... tieni, porgiglielo, dille di aggrapparvisi e potrai tirarla su in paradiso."

San Pietro va nel grande baratro e chiama sua madre, la quale accorre insieme ad altre anime... Le porge la cima di porro e la invita ad aggrapparsi per poterla tirare su. Lei si aggrappa, ed essendo solo anima, ovviamente leggera, lui poteva tirarla su se lei lo avesse lasciato fare... ma nel mentre l'anima saliva su in cielo, altre anime cercarono di aggrapparsi a lei (e alla sua veste... ovviamente ormai solo allo stato immateriale) e allora lei iniziò a scalciare e a rigettarle sotto nell'inferno dicendo quella famosa frase:

Luavî, Luavî
ca m'a ffigghiu pî mia
ha prîaü

Ma nello scalciare, la cima di porro si ruppe e così lei riprecipitò all'inferno insieme alle altre anime e non ne potè mai più risalire.

E allora suo figlio, sconsolato, disse:
"-Sei proprio una donna malvagia... e quindi meriti davvero di stare all'inferno..."

Nota dell'autore (Vito Gambilonghi):
Questa "storiella" me la raccontò diverse volte mia madre (Grazia Franco cl. 1908) quando ero bambino, alla quale a sua volta era stata raccontata quando era lei bambina. Non so se altri ne hanno memoria, ma io sì e quindi volentieri la cito e ne descrivo l'origine, non fosse altro per annoverarla fra le saggezze popolari che invitava tutti alla bontà ed alla solidarietà.

Llampaü cacîciazzü  chî t'avia fattü  m'affigghiü Vaštianü?
Realmente accaduto negli anni 50, o forse poco prima.
Un ragazzo, di nome Sebastiano muore, come si moriva un tempo, molto giovane, e come si usava un tempo, mentre passava per le strade le donne, che avevano avuto dei morti recenti raccomandavano al morto attuale di portare dei messaggi ai loro congiunti deceduti precedentemente.
E c'era la vedova cha mandava a dire al marito che gli alberi di ulivo erano stati potati, un'altra che la vigna l'aveva venduta, ecc. ecc. ecc.
Fu allora che Don vito Cacici, sarto, che abitava a Strata Ranni, disse loro così:
-Ma scusate, perché non ci scrivete un pizzino. Il ragazzo come può ricordarsi tutti questi messaggi?

Finì a gran risata, e la madre risentita, cantando, gli pianse addosso questo ritornello:

Llampaü cacîciazzü  chî t'avia fattü  m'affigghiü Vaštianü?

LA BOMBA

Ie nünn'era na bomma
ie iera na vuttîgghîtta
ie avia a tešta rüssa
(Fatto realmente accaduto a Buccheri, nell'immediato dopoguerra: due vecchietti, moglie e marito vanno a lavare i panni a Passo Marino, a un tratto lei gli chiede di levarsi
“i causi i tila”
per lavarglieli e lui rimase mezzo nudo a bighellonare, quando vide un ordigno per terra e dice alla moglie:
-Guarda qui che ho trovato! 'Na buttigghitta ca testa rossa.
Lei da lontano gli lancia uno sguardo e continua a lavare i panni, lui cerca di aprirla e ad un tratto quella esplode.
Durante le visite funebri la gente chiedeva chiarimenti alla moglie, (la cui storia dell'esplosione della bomba si riseppe per tutto il paese), ma la moglie ostinata continuava a controbattere piangendo e cantando questo ritornello)

LE DITA DELLA MANO

Iaiu fammi
Nunn'avimmu
Ann'arrubbimu?
Non sacciu a via
caminàti cu mmia.


Era una variante per descrivere le dita della mano:

Nel primo caso (iaiu fammi) si alzava il pollice da solo per indicare la desolazione.

Nel secondo caso (nunn'avimmu) si roteavano a destra e sinistra pollice e indice, per indicare che si era carenti di qualcosa. Ancora oggi si usa quel gesto per indicare che manca qualcosa, es. senza denari.

Nel terzo caso (ann'arrubbimmu) si roteavano in avanti le tre dita, (medio seguito da indice e da pollice), gesto che indica ancora oggi la ruberia.

Nel quarto caso (Nun sacciu a via) indica il gesto inutile di aprire le prime quattro dita della mano ad esclusione del mignolo, e che indicano che il quarto non serve a niente.

L'ultimo, il mignolo, se li trascina tutti con sè dicendo (caminàti cu mia) e roteando tutte le cinque dita della mano indica un gesto di "completezza" e allo stesso tempo facendo risaltare l'arguzia e la bravura del più piccolo.

A ROTA I L'AERUPLANU
Quannu si dissi ca avia carutu na rota da n'aeroplanu carennu supra a casa di giordano supra a strada ranni ca ci sfunnau u tettu e ci spaccau u tavulinu e pi pocu nunn'ammazzava puru a signura rintra a cucina, dopu 50 anni si po diri a virità ca napocu di carusi da lifisa aviumu truvatu na rota di camiu e a purtammu supra o campu sportivu all'iniziu do voscu e a lanciammu pinsannu ca si firmava subbitu inveci co 1° sautu arrivau o centru do campu co 2° sautu sautau supra e casi popolari carennu unni ura c'è l'hotel montelauro co 3° dirittu supra o tettu a genti accurrinu da tutti i parti e nessunu si sapia spiegari di unni fossi arrivata sta rota, e nui carusi a circalla quannu vistimu chiddu ca iera successu a giurammu ca nuddu avia a diri nenti e si avia mantiniri u sigretu.......finu a oggi
(Tavano Vito)
VIETATO L'INGRESSO AI CADAVERI NON SOCI"
Letta con i miei occhi negli anni '50 al cimitero: all'ingresso del mausoleo di S. Francesco di Paola c'era un cartello con la scritta:"VIETATO L'INGRESSO AI CADAVERI NON SOCI".
(Tanino Cannata)

Commenti

Vuoi vedere che i cadaveri che erano soci avevano l'abbonamento per cui potevano entrare ed uscire a piacere?(Tavano Vito )

No n'to tabbutu ci mittiunu a tessera accussi i canusciunu e puriunu trasiri (Francesco Mazza)

Ognunu 'nto quartieri sua  (Turi Terzo)

 

U TABUTU CA TINIUNU SUTTA U LIETTU DON PIPPINU LA ROSA, U STAGNINU, E SA MUGGHIERI, DONNA MITA (Nello Benintende)

 Era stato un fascista e a Buccheri era rimasto solitario e nemmeno i suoi parenti lo consideravano, era parente de CULOCCI C' abbitavano a Bbatia (Francesco Mazza)

ma Donna Mita non era quella che abitava in via Ramondetta vicino a "Ciappiedda?  E sua figlia era " a signurina Giuannina? (Antonia Assenza)

stacia a Chiazza, 'n facci 'i Santa Mariandalena, sutti a signurina Amelia. Ha sempri 'ntisu diri ca era 'n fascistuni e u tabbutu mu riordu, quannu ci passava davanti mi scantava (Turi Terzo)

era chinu di sordi??  (María Acciarito)

 ma quali sordi morsunu e u funirali l'happi a paiari u cumuni. Allura c'era Ramunnetta e dissi ni luammu dâvanti l'urtimu fascista (Francesco Mazza)

ma pirchi' , iddu nn'era statu macari fascista! (Nello Benintende)

"Attìa cu l'uovu!"
Il padrone di un terreno (Aldaresi) cercava di far lavorare i contadini più che poteva. Di nascosto degli altri, li chiamava ad uno ad uno e gli dava un uovo bollito duro dicendogli: "Quando dico "Attìa cu l'uovu!" vuol dire che devi lavorare con più lena. E così fece con tutti, dandogli ad ognuno un uovo. Quando passò a controllare i contadini, disse a voce alta: "Attìa cu l'uovu!" Ognuno pensava che ce l'aveva con lui solo. E tutti cominciarono a lavorare più svelti. Solo che questa frase, ormai si dice ad un amico, con cui si ha un piccolo segreto o si è complici. Tanino Cannata

-Unni tî nî vai maritü mia?
-A pagghia bbüttana, a pagghia!!!

E' la storia di una moglie che ripeteva continuamente al marito di amarlo perdutamente.
Una volta lui confida la cosa a suo compare il quale gli suggerisce di fingersi morto per vedere realmente come si fosse comportata la moglie. Se non ché lei non solo prese la cosa con una certa strafottenza, ma addirittura anziché fargli un funerale di prima classe con tanto di bara lucida in legno, a chi le chiese dove lo dovevano mettere indicò loro un riruni (quello per portare a casa la paglia) e finalmente quando finita la funzione del funerale lo stavano portando al cimitero, lei fingendo di piangerlo gli gridò dietro:
-Unni tî nî vai maritü mia?

Lui finalmente, sciolta la riserva e fingendo di "resuscitare", le rispose:
-A pagghia bbüttana, a pagghia!!!

Bbe bbe ccì ccì  iu' cürpanza  nü'nnî vuogghi
Frase realmente pronunciata ai primi degli anni 60 da Nino Franco junior mentre eravamo nell'aia in contrada Pizzitto e "giocavamo" a lanciare a mo' di lancia i "trarenti" mentre i nostri genitori non c'erano.
Durante un lancio da parte mia della trarenta di legno di suo padre, questa, sbattendo contro una pietra, si ruppe e allora lui preoccupato del rimprovero (e delle   legnate) che suo padre gli avrebbe dato disse quella frase, chiedendomi (indirettamente) di assumermene la responsabilità.
All'arrivo di suo padre io, che ero più grandicello, dissi semplicemente che "la trarenta" si era rotta e suo padre se ne uscì con una alzata di spalle dicendo:
-Tantu era già menza rutta...  e c'iavia datu na menza aggiustata, ura ni fazzo 'mmanucu pa zzappa.
 

C'a fimmina  mancu u diavulu ci potti
Si racconta che un giorno il Diavolo sia andato a circuire la Donna. Costei si fece trovare prona a 4 zampe e nuda, fingendo di pascere sull'erba fresca. Allora il Diavolo cercando la testa, prendeva in mano la chioma dei capelli e diceva:
"-Se questa e' la coda, la testa starà dall'altra parte?"
Quindi andava dall'altra parte, ma non ve la trovava e ripeteva la stessa frase, ritornando dalla parte opposta.
Alla fine sconsolatò abbandonò il cimento dicendole:
-Vattinni mala creatura ca tu si chiu diavula 'i mia.
 

Cala ossü cala ossü   cala tu  ca sî cchiù rossü
Si racconta che un tempo, quando Gesù girava per la terra e andava di casa in casa vestito da viandante, in una casa di poveri contadini vi fu accolto e invitato a desinare. Prima di iniziare la frugale cena il capo famiglia recitò la preghiera, che diceva appunto così: cala ossü cala ossü, cala tu ca sî cchiù rossü. Il Signore gli chiese ragione di quella preghiera e quegli gli rispose che a lui era stato insegnato a pregare così. Il Signore allora lo benedisse e benedisse anche quella casa dicendogli che lui era un perfetto Cristiano, perché non importano le parole, ma la devozione con cui si prega e le nostre azioni per fare di noi dei veri Cristiani.
Una successiva aggiunta riguarda il tizio che gli aveva insegnato a pregare in quel modo. Costui infatti, che conosceva bene il Paternostro, convinto che i posti in Paradiso fossero limitati e per evitare che la famiglia di quel villico li occupasse senza lasciarne disponibili per lui, gli aveva insegnato quella falsa preghiera, così, pensava, sarà la mia preghiera quella giusta che il Signore ascolterà.
Il Signore invece proprio a lui che pure pregava in modo corretto, lo scaraventò all'inferno, mentre quella povera e umile famiglia fu accolta in Paradiso.
Morale della favola: non importano le parole, ma lo spirito col quale si prega.
 

Cani pitulanti e dulenti   iu' t'attacco pi li rampi e pi li renti 
e tu a mia non mi poi nne fari nne diri nenti

(Si tratta di uno scongiuro che Vito Codduloncu insegnò a Liliana Nigro da bambina perche' lei aveva paura dei cani).
Liliana sostiene, ed io non ne dubito, che da allora in avanti ha sempre funzionato.
Ma io che mi chiamo Vito e che conosco benissimo i cani e il loro linguaggio, so per certo che quando un cane si sente ripetere queste parole, la guarda e pensa tra sè e sè: -Povira criatura... si scanta 'i mia... facciamoci gli occhi dolci va... così speriamo che prende coraggio.)
 

Carìnü l'armî 'nno 'nfernü
Frase che ripeteva sempre il maestro Vito Giaquinta, alla chiusura delle urne la prima sera delle elezioni, ad indicare che ormai il grosso era fatto e che l'indomani, se anche si fosse continuato a votare fino alle 14, si trattava ormai di ben poca cosa.
 

Cu acchiappa n'turcu è sua
(variante licatese o di altri luoghi: cu aggarra n'turcu è sua)
Quando i turchi invadevano le città siciliane (più frequentemente  quelle costiere) per fare razzia, gli abitanti andavano a nascondersi nelle campagne. Poi arrivava l'esercito regolare che metteva i turchi in rotta in un fuggi fuggi generale. A quel punto gli abitanti del luogo uscivano allo scoperto e si davano alla caccia ai turchi (per farne degli schiavi) e la regola che tutti gridavano in coro era proprio quella:
-Cu acchiappa n'turcu è sua;(diventa suo schiavo).
(Val la pena ricordare che nel Rivelo del 1474 nella sola Buccheri vennero dichiarati ben 21 schiavi, prevalentemente turchi o comunque arabo-musulmani.)
 

Mu mmuccià Ccicciü
(il libro) me l'ha nascosto Ciccio, (il suo fratello maggiore).
Giustificazione vera di un ragazzino di scuola elementare al fatto di essere andato a scuola senza il libro di letture. Per decenza citiamo
solo le iniziali dei loro nomi e cognome:
C. R. (o meglio F. R.) il fratello maggiore.
P. R. (o meglio G. R.) il fratello minore.
G. R. la sorella, più grande di entrambi, era mia coetanea e compagna di scuola.
 

Monîchî 'o sculu
Si racconta che nel retro del vecchio convento dei Cappuccini, vicino all'attuale cimitero, vi "appendessero" per farli essiccare (e scolare) i monaci defunti secondo una tecnica che potrebbe essere simile, o quasi, a quella adottata nel convento dei Cappuccini di Palermo dove sono visibili tutt'oggi i resti "essiccati" di cadaveri plurisecolari, e non solo di monaci.
 

-Oh Turi, Turi i truvasti i muli?
-Ora... nzu!

Si racconta che un padre e suo figlio persero i muli in mezzo alla nebbia in una grande vallata.
Allora il padre va in una direzione verso sud mandando il figlio nell'altra verso nord.
Sempre avvolti dalla nebbia ed essendo molto distanti il padre grida fortissimo per farsi sentire, al figlio, se per caso li avesse trovati.
Il figlio, mezzo scemo, rispondeva molto flebilmente:
-Ora... nzu.

Che significava:
-Ancora no.
Il padre ovviamente non lo sentiva  e continuava a gridargli la stessa domanda.

Ppüppa ppüppa Michelancilü
Ppüppa tu!!!

(Si tratta di Michelangelo Fava trisavolo degli odierni Fava nonchè primo cugino di mia nonna materna che essendo magrolino veniva trattato meglio, nel senso che l'osso col quale veniva fatto il bollito gli veniva dato a spolpare per primo essendo quello che ne aveva più bisogno.)
Il detto rimase a indicare, (per lo meno nella mia famiglia), un benevolo rimprovero verso chi faceva delle particolarità nel distribuire qualcosa. (Vito Gambilonghi)

-Ziu Vitü commü successi?
-Saccü francü e chiccü nenti!!!
(Il mugnaio Zio Vito Fava a qualcuna "disponibile" rendeva sia il macinato che la "molitura" ovvero la "crescita" di volume della farina che di norma andava al mugnaio quale mercede per il suo lavoro).
Nel caso specifico una volta una ragazza gli disse:"Sali tu (sul solaio) che poi vengo io".
Lui salì ma la ragazza tolse la scala e scappò via, sia col macinato che con la "molitura".
Il detto riguarda sia la domanda della cliente successiva che la risposta di ziu Vitu.
Parafrasando un proverbio si potrebbe dire: la farina del diavolo se ne va in crusca oppure anche
curnutu e mazziatu

I FRANCOFONTESI -
c'era stato un precedente di botte da orbi al tempo della coppa montelauro e invasero buccheri a centinaia arrivando al campo sportivo da tutti i lati e con fare minaccioso ricordo che il maresciallo dei carabinieri ad un certo punto chiese rinforzi a tutti i paesi limitrofi oltre che ai carabinieri di stanza alla base nato alla piana ad un certo punto avvenne l'invasione di campo ricordo che per ogni buccherese ed erano tanti ,c'erano almeno 10 francafontesi,i carabinieri attaccavano a colpi di bandoliera arrestandone tanti portandoli nella vicina caserma della guardia forestale dove in quel periodo era anche la caserma dei CC ricordo che furono momenti di terrore per tutti i buccheresi Tavano Vito)

CHI RICORDA I FAMUSI PUGNI TRA BUCCHERESI E FRANCAFONTESI.... QUASI TUTTI I BUCCHERESI ERANO IN PIAZZA ROMA A DARE PUGNI........MIO ZIO MENO BONARMA E' SCIVOLATO R0MPENDOSI LA TESTA.-........(Nella Calisti)

 LE PERSONE SI SONO MESSE A GRIDARE
MENO MORSI E IO CHE ERO LI' MI SONO MESSA A PIANGERE,(Nella Calisti)

All' epoca noi avevamo il negozio ai canali, io sono corso in piazza e quando ho visto quello che stava succedendo mi sono messo tanta paura. Povero zio Meno. (Alessandro Paparone)

me lo ricordo benissimo! ero li che passavo! questa scena non la scorderò a vita natural durante!!! (Vicky la Vicky)

Mi ricordo anche io. Avevo 12 anni. E' stata una caccia all'uomo!! (Concita Ramondetta)

Mi ricordo, avevano anche delle catene i francafontesi, vero? (Alessandro Paparone)

 lo sapete il motivo d questa famosa lite? pi in tilt di un flipper  (Vicky la Vicky)

 No! Pero c'era sempre rancore tra Buccheri e Francofonte, forse per il calcio?( Alessandro Paparone)

Questa famosa lite tra buccheresi e francafontesi è successa negli anni 70 e canali ed ha avuto un inizio con dei cacciatori che hanno rimproverato un giovane di Buccheri minacciando che successivamente avrebbero messo a ferro e fuoco il paese di Buccheri effetivamente ritornarono in forze trovando in piazza sempre lo stesso giovane minacciandolo ma meno accorse in suo aiuto ma mentre si toglieva la giacca fu colpito da un pugno che lo fece cadere a terra battendo la testa al che l'intero paese usci' dalle case e cominciò la caccia al francofontese insequendoli per ogni dove e menando botte do orbi. questo è il resoconto dell'accaduto che in questo modo è arrivata in Svizzera dove io mi trovavo in quel periodo (Tavano Vito)

Uno sa via ammucciato sotta i scalune i ncasa mia, na via dott di Corrado! (Biagio Cantale)

"mi canosciunu comu i tri i bastuni" " ah si?!.. .ie cca avemu u tri u dui tutta a napulitana lonca "e poi coppa a levapilu unu si n'acchianau da costa o casali e poi do cozzachiana assicutatu a corpi di paracqua de vicchiareddi ca nisciunu ri n'casa (o cosi mi raccontarono) (Carmelo Barbaro)


CICIRITTU
Chi si ricorda la favola di Cicirittu? che fu mangiato da una mucca perchè era nell'erba e non si vedeva e poi fini nel tavolo di un macellaio in un pezzo di carne "parlante" e poi.....non me la ricordo più? Credo che deve essere conosciuta, visto che da piccolo i miei compagni di scuola mi chiamavano appunto "cicirittu" perchè ero piccolo e mingherlino (Giuseppe Gaetano Trigili)

LA FESTA DELLA MADONNA
Pa festa da Maronna na simana primma a banna di bucchieri si facia u ggiru do paisi e annaunu n'ti tutti i furni e rumpiunu u carusieddu pi dallu a Maronna  (Francesco Mazza)

LA FIERA DEL BESTIAME
vi ricorderete della grande fiera del bestiame di buccheri (una delle pù grandi della sicilia orientale) essa era dedicata un giorno ai bovini uno agli equini e uno agli ovini-
quindi tre giorni di grande movimento tutti i funnichi e tutte le botteghe di vino erano strapiene in contemporanea ai canali si svolgeva una fiera molto grande di vettovaglie altrezzi agricoli vestiarii ecc.... noi bambini aspettavamo questi giorni per andare a vendere l acqua ai ferioti con il bummolo di acqua frescca. era un grande business. (Enzo Costantino)

C'è una novella del Verga, Storia dell'asino di San Giuseppe, che comincia così :"L'avevano comperato alla fiera di Buccheri ch'era ancor puledro.....". Per ricordare l'importanza di quella fiera.
(Giuseppe Barberi )

 quelli si che erano bei tempi ricordo tutto come se fosse accaduto soltanto ieri, per noi era in modo particolare perchè era davanti a casa nostra ed eravamo sempre li dalla mattina alla sera .....la stessa cosa era quando si faceva la marchiatura del bestiame 
(Tavano Vito)

per mio nonno erano giorni di grande fermento, era u sansali dei sansali
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E come potrei non ricordare, io abitavo alla Lifisa ed erano giorni di grande fermento per me specialmente perché mio nonno era u sansali delle bestie in vendita, e veniva gente a casa da mezza Sicilia. Poi tutta la giornata in giro tra gli animali che riempivano tutto l'allora campo sportivo e a tappeto la montagna dove ora c'è bosco fino alla Chiesa del crocefisso. Che ricordi ( Francesco Gambilonghi)

Si svolgeva nel mese di maggio nei primi anni 60..E ancora una volta ribadisco il mio disappunto di allora, in quanto essa aveva luogo " a lifisa" sul campo sportivo, privando me e gli altri miei compagni di giocare le nostre partite di calcio dalla durata infinita.....
Fausto Nicolini

Uno dei miei ricordi più remoti d’infanzia. Mi portava mio nonno e speravo sempre che comprasse un cavallo ... invece ... asino ! Vito Buccheri


I LAPUNI

Da bambino  andavo qualche volta a catturare i lapuni che si posavano sui fiori , Usavamo per questo una pinza di cartone, altrimenti ci appizzava il chiodo . Dopo averli catturati : ci sucavumu a badda (che conteneva il miele) questo si trovava nella metà del corpo del lapone, (Enzo Costantino)

 e chi era duci u mieli; anveci e scardulli, chiddi beddi niuri e rossi, ci attaccavumu nfilu i rucchieddu e i faciumu vulari (Turi Terzo)

E quannu ni puncivunu virimmu se t' arricordi chi facivumu pi fari passari u duluri? (Tavano Vito )

Ci Pisciaumu  (Vittorio Salamone )

Io umanizzavo anche gli insetti. Li dotavo di sentimenti e non riuscivo a fare loro del male. Uno che aveva imparato la poesia: "La vispa teresa" e provava pena alla frase "vivendo volando che male ti fo? Tu si mi fai male stringendomi l'ale..." poteva mai ammazzare "il calabrone che andava in bicicletta" ? oppure "l'apuzza nica?" che andava in giro all'alba per portare qualcosa a casa? (Giuseppe Gaetano Trigili)

Na vota pippuzzo sola per avere cercato di sucare a badda direttamente do lapone spartuto a meta' ci unchio u musso.(Salvatore Cappello)

 Ma rricordu ca p'acchiappari i lapuni avivumu addivintatu tantu bravi ca sapivumu viriri a differenza tra chiddri co chiovu e chiddri senza e i pigghiavumu direttamenti che manu senza pinsa di cartuni. Ma ogni tantu capitava ca ni sbagghiavumu e allura erunu duluri (Tavano Vito)
 

Iaddini (co' morbu) bugghiuti -

Na vota mi cuntava u bonarma 'i Cicciu Uciddazza ca sa mamma, quannu viria e iaddini ca sturcivunu u coddu, pinsava c'aviunu u morbu e perciò i spinnava e i bugghia.
Allura Cicciu assicutava a pirati i iaddini e quannu cariuvunu 'n terra ci ricia a sa mamma: Mamma a iaddina ci pigghià u morbu! E accussi si manciavunu a povira iaddina.  (Turi Terzo)

FILIFERRU -

Unu 'i Francufonti ca vinnia frutta a Bucchieri.  Na vota cuntà ca si n'avia annatu a buttani a Rausa e ammentri ca era 'ntravaccatu vinni u Cummissariu da Pulizia ca scassà a porta da buttana e ci rissi a : "Filiferru Chi ci fai cà?" e Filiferru ci arrispusi: "Cummissariu, chi mi canosci da minchia?
(" Cuntatu di Filiferru 'nto barru do Vicchittu, a Chiazza.)


 
U IERMULU E A REGNA

quando si mieteva se ne raccoglieva un fascio  di spighe  nella mano e si poggiava nelle immediate vicinanze. Altri fasci venivano mietuti ad ogni colpo di falce e poggiati nello stesso punto e tutti con le spighe rivolte nello stesso verso... fino a formare nu' iermutu. Via via che ci si spostava in avanti non si tornava mai indietro a rimettere i fasci nno' iermutu di prima ma se ne formava un altro. A fine filagnu, o a fine di diversi filagni, anche per far riposare un po' la schiena, si stendevano delle Liamme per terra, e col rampino e un forcone si raccoglievano i iermiti e si ponevano sopra le liamme in posizione alternate e infine si legavano le liamme e si faceva LA REGNA!. Ahooo se dovessero tornare i tempi di una volta (mai dire mai), e lo ripeto scherzosamente spesso ai miei amici, solo chi avrà la pazienza di imparare queste cose potrà sopravvivere. (Vito Gambilonghi)

 A maggior chiarimento:
Quando si mieteva a mano col pugno si afferrava un mazzo di spighe (jermitu) si tranciava con la falce e si annodava con uno dei gambi, quindi si depositava a terra in mucchi che venivano rilevati dal liaturi, uomo attrezzato di croccu (corcu), ancinu (ancìna) e cordelle di liammi ottenute da fibre vegetali, che raccoglieva i jermiti in covoni (regni, gregni, formati da 12-16 mazzi) disposti con orientamento diverso.... Ercole Aloe
 
 

 

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